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#ventiPunti – 6 – Rispondere a tutte le domande

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(In questa rubrica settimanale il fondatore di GRRRz Comic Art Books, Andrea Benei, pubblicherà un diario minimo di venti punti per illustrare al lettore come intende inventare la tradizione di questa Casa Editrice. E promette a tutti di illustrare solo questo.)

 

La più importante è “Perché?”: per inventare una tradizione. Inseguivo il Tanztheater con Deborah, il sole d’estate le aveva scolorito gli occhi dall’azzurro predatore a un acquamarina gelido, pareva che a fissarla qualche istante potessi finalmente rinfrescarmi, e invece tutto il contrario, uno di quegli ossimori meravigliosi e ingannevoli che vale la pena faticare per essere quel tipo di uomo che li merita. Si sistema il Money money e a un certo punto mi indica quel “Breviario del successo”, un Reader’s Digest dove un calzolaio newyorkese annunciava alla sua intervistatrice che era arrivato in America senza una tradizione, e così aveva deciso di inventarne una per offrire una buona eredità a chi l’avesse raccolta. Stavo al Gambrinus, ho alzato gli occhi dalle cosce di Deborah e ho visto che le stelle erano tutte in fila.

Quella inevitabile è “Come fa Silvana?”: ho un mucchio di risposte, la mia preferita in questo periodo è che la maggior parte delle persone è educata a sognare in grande, Silvana invece sogna prima. Un successo editoriale si può pianificare: molta malizia, frasi a effetto, luoghi comuni, serialità, emozioni calcate e un pubblico molto giovane, anche non solo anagraficamente. Avere una visione invece è una cosa che quando conoscono Silvana o si sentono piccoli piccoli o si sentono bene bene, nel secondo caso mi guardano stupiti e visto che sono il più vicino a lei mi chiedono se io ne so qualcosa. Chi sogna di notte, dico, chi di giorno: Silvana prima.

La più frequente è “Quanto vendi?”. Poco, e sempre di più, da circa due anni. Andrà meglio, fino a che avrò abbastanza affezionati per non avere più nuovi lettori, ma una setta. La nostra. Il mio sogno è conoscere tutti i miei lettori. E non cambiarli spesso. Perciò non aumenterò la tiratura. Voglio che la mia bottega resti abbastanza piccola, negli scrigni ci stanno solo i carati, sono le rarità a generare valore e cambiamento, non la merda, e là fuori ormai c’è troppa gente che è finita a credere che davvero dai diamanti non nasce niente.

La domanda sbagliata è piuttosto comune, “Cosa facevi prima?”, rispondo come al solito, cercando di essere il più fumoso possibile, vengo da un paese così piccolo e verde che da sempre coltivo una solida vergogna delle mie origini provinciali. Questo perché da dove vengo io sogni da subito di andartene e poi sono finito a Genova, tutti col santino di Colombo. Insomma, non sono uno da radici, sono più uno da orizzonte e la domanda sbagliata spesso mi sembra nasconda una sorta di molle indagine del mio curriculum. E la mia risposta nebulosa scoraggia sempre l’interrogatore, perché dopo la sbagliata non arriva quella profonda.

Quella profonda è “In cosa credi?”: credo nei soldi. E credo che i soldi abbiano odore, e perciò non voglio che le mie tasche sappiano di libri che fanno schifo. Perché davvero è pieno di libri che fanno recere. Una volta ho detto a Silvana che sarebbe stato bello avere più investitori e poter pubblicare, che so, venti libri l’anno. Silvana mi ha guardato come un ecomostro di fronte al suo vodka tonic e mi ha risposto se sul serio pensavo che ci fossero ogni anno così tanti libri da pubblicare. Forse sei o sette, se siamo fortunati, ma non mi è mai capitato, ha concluso. In questo credo.

C’è la domanda divertente: “Cosa c’entri?”. Questa la prima volta me la sono fatta da solo. Io non sono proprio come gli altri di questo giro. Mi piacciono i Byron, non i cantautori. Mi sento di occupare troppo spazio, di essere troppo grezzo, mi sembro uno yankee a Parigi, un russo a Firenze. Dunque abbasso gli occhi, come quando si è benedetti da una scelta che travalica le apparenze. Silvana mi ha riconosciuto, ha scelto me. Io lo chiamo il limone sotto il mento, ti impedisce di abbassare il mento, ma è aspro. Il destino è una rosa.

E infine c’è quella esatta. La domanda esatta, per sua natura, è anche l’ultima. Quando si manifesta la domanda esatta significa che da quel punto in poi le domande ritornano, si ripresentano, non sono più originali, quindi ci si può rilassare perché una risposta almeno un’altra volta si è già data, e perciò rispondere diventa più facile. Almeno finchè non si risponde alla domanda esatta. Risponderle significa azzerare i conti e ricominciare a ricevere nuove domande. Aspettavo quella esatta da quando sto alle spalle di Silvana. Non la aspettavo con desiderio, sapevo prima o poi qualcuno avrebbe iniziato a mettere i pezzi insieme, sono un colpevole distratto. Alberto forse è molto più intelligente di tutti gli altri che mi hanno chiesto qualcosa, in ogni caso, ricordo bene, è stato lui a guardarmi come sapesse da sempre che c’è un interstizio, uno spessore, tra la mia espressione e il mio viso: che farai dopo?

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