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#ventiPunti – 8 e 9 – Saltare e cadere

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(In questa rubrica settimanale il fondatore di GRRRz Comic Art Books, Andrea Benei, pubblicherà un diario minimo di venti punti per illustrare al lettore come intende inventare la tradizione di questa Casa Editrice. E promette a tutti di illustrare solo questo.)

La domenica, se c’era il sole, arrivava il momento per i tre figli di Paolo di riunirsi sul terrazzo della cucina. Credo in tre non facessimo 20 anni. Il più delle volte ero io a portare la scatola con le spazzole, le vernici e vecchi stracci di lana. Mio fratello maggiore dava l’inizio alle operazioni, e il minore, che a entusiasmo è sempre stato il più ricco, trainava il morale del gruppo.

Indipendentemente dalla stagione, le scarpe erano allineate una dopo l’altra, non erano mai meno di un quattro o cinque paia. Il fatto è che mio padre acquistava scarpe poco spesso, ma di quel genere che duravano molto tempo, e così dovevamo lustrare sempre molte scarpe. Si procedeva come a un rituale, le stazioni erano ben divise, ciascuna celebrata con concentrazione e impegno.

Si dava una spazzolata preparatoria per togliere la polvere e altre granaglie. Si rimuovevano i lacci. Si passava la vernice, punteggiando sulla scarpa quattro dosi – punta, tallone, lato destro e sinistro – e procedendo poi a massaggiare l’intera superficie. In questo caso ricordo che l’optimum stava nel non sporcarsi il polso della mano con cui si reggeva la scarpa. Si attendeva un tempo tra mezz’ora e i tre quarti d’ora. Si lucidavano le scarpe.

Mio padre aveva il gusto dell’irraggiungibile, è stato un Icaro di successo, e credeva che a mettere l’uva abbastanza in alto da non poter essere presa avremmo imparato a saltare senza paura di cascare dall’alto. In quel caso il dictat per i suoi tre volponi era: spazzolare senza premere forte, ma così a lungo e velocemente che la pelle della scarpa doveva diventare calda.

Un altro meraviglioso obiettivo impossibile era quello dell’antica vasca da bagno: ci sistemavamo dentro come un tetris, pur di giocare tutti insieme, ma appena finito avevamo il compito di pulire il prezioso sanitario, e si poteva dire pulito, secondo mio padre, solo quando non si fermavano gocce d’acqua sulla sua superficie durante il risciaquo.

A pensarci oggi ritengo, avvallato dal voto unanime degli altri due fratelli, che mio padre fosse sì un buon maestro, ma non immune a un certo gusto a prendere profondamente per i fondelli la sua povera progenie (per chi volesse, l’elenco dei suoi pessimi scherzi e dei suoi gioiosi soprusi può essermi richiesto di persona senza imbarazzo). E come ogni buon maestro, Paolo non verbalizzava la morale delle sue lezioni, era l’esempio a portare noi studenti dalla sua pratica alla nostra propria teoria, e anche se non ha vissuto abbastanza per godersi i buoni frutti di quelle sue belle inflizioni, i miei fratelli e io abbiamo senza dubbio imparato che l’importante è saltare, saltare, saltare.

L’uomo non vola. E se a un bambino bisognerebbe insegnare a relazionarsi, a giocare, a buttarsi, a un adolescente va indotta una lezione più dura, ma non meno priva di spunti di gioia: cadere, cadere, cadere.

L’appalto di queste lezioni poteva spettare soltanto a mia madre, un angelo del fango con una laurea in filosofia, un’insegnante di latino melomane, una guida spirituale senza pretese di evangelizzazione. E la sua lezione – imparate a cadere – ha dato due buoni frutti su tre: mio fratello maggiore è diventato il pilastro e l’Erede, il minore occupa la poltrona di direttore per ogni avventura familiare. Ma nel mio caso, ahimè, le sue scelte si sono rivelate un boomerang. Voleva creare un professionista colto, e si è ritrovata con un Bertram Wooster frivolo e senza redini. No, non sono sfuggito al destino che tocca a ogni cadetto. A quindici mi vedevo grande romanziere, poi sono stato un pessimo studente universitario, fino ai ventiquattro, poi un discreto ufficio stampa, fino ai ventotto, e intanto molti altri mestieri, fino a Silvana. E eccomi ora, un editore. Sono l’esempio di come ogni lezione può essere imparata anche al contrario, dove i miei fratelli hanno imparato a cadere, io ho imparato a cadere. Lo adoro. E’ l’unica sensazione che inseguo. Gettarmi, fino al fondo, e poi ancora, sempre più su, sempre più giù. Mia madre non si dà pace, naturalmente, “qu’ais-je fait pour cela? Est-ce de ma faute à moi / si ma fille est comme ça?”, eppure la più grande soddisfazione, per me, finora, è stata deludere i miei genitori.

Indosso le scarpe di mio padre e ho letto tutti i libri con cui mia madre, incosciente, nutriva il mio insaziabile appetito per la pagina scritta.

E poi? Poi mi sono accorto che le scarpe mi piacciono molto poco lucide, e che oltre a Pavese, Vittorini e Carducci c’erano Stecchetti, Campanile e Pasolini.

Ho deluso i miei genitori. L’ho fatto per inventare una tradizione, visto che non ne avevo ereditata nessuna. E come sono finito? A dire a Silvana di spendere meno, di non uscire così spesso, di mettersi scarpe più classiche, di leggere almeno un autore che anch’io conosco, di mandarmi un messaggio appena è a casa. Il karma è un meraviglioso modo per intingere la vita nell’ironia: ora sono qui, guardo la sua t-shirt con le banane fluo e “c’est pas bien, ce n’est pas bon tout ce rien, / reprends ton droit chemin…”.

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