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Elisa Muliere: l’intervista integrale di Valeria Barbera

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(Questa intervista, divisa in tre parti, è apparsa sul tumblr dedicato a “Icaro deve cadere” di Elisa Muliere. Ve la proponiamo qui nella versione integrale.)

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Abbiamo chiesto a Valeria Barbera, curatrice (e molto altro), di offrirci la sua esperienza e di accompagnare questo nostro primo volume dell’Invention Collective per tutta la strada che percorrerà, e quale occasione migliore per iniziare, di una bella chiacchierata?

  

“Icaro deve cadere” in tre parole…

Disequilibrio sensibile al Presente.

E l’incontro con Silvana ed Andrea in tre parole?

Mi piace pensare a noi come a un mix di intesa, azzardo e futuro.

Perché proprio Icaro? Come è nato e come è cresciuto questo libro?

Icaro era già presente in alcuni dei disegni che ho mostrato a Silvana e Andrea durante il nostro primo incontro. Avevo creato, per l’occasione, un mosaico sulla parete del mio studio, affiancando le piccole carte a cui stavo lavorando in quel periodo. Icaro era il mio chiodo fisso del momento, e ha convinto subito anche loro, che mi hanno dato carta bianca.

Il libro è frutto di circa un anno di lavoro. La prima fase è stata di ricerca del segno, lavoro sui materiali e sulle carte, sperimentazione insomma. Ho impiegato un po’ a capire quale impronta dare al tratto, cosa volevo esprimesse…Poi ho aggiunto i testi, superando assieme a Silvana ed Andrea alcuni dubbi sulla struttura del volume, per la quale avevo ipotizzato due differenti soluzioni formali. 
Infine sono passata all’accorpamento di immagini e testo, avvenuto in maniera abbastanza spontanea, naturale.

Si tratta della prima volta che ti dedichi ad un progetto in cui combini le immagini alle parole? La tua arte è più legata alla pittura con alcune incursioni nell’installazione, ma ha comunque una forte carica espressiva che l’avvicina alla narrazione propria dell’illustrazione… come ti sei rapportata a questo progetto?

È la prima volta che dedico tanto studio a un progetto simile, sì. In passato mi era capitato di servirmi dell’utilizzo della parola in illustrazioni e dipinti, è un elemento che ha sempre accompagnato il mio modo di lavorare. A volte si trattava di una breve frase o una parola soltanto che andava a completare un’opera nel momento in cui le davo un titolo, altre ne era parte integrante.

Amo la poesia. Forse per questo, anche per quanto riguarda il testo del volume, ho preferito frasi brevi – chiare, senza sbavature. Poche parole mi somigliano di più.

Ho dovuto lavorare parecchio alla sua composizione, perché scrivere è diverso da disegnare.

Il disegno comunica, certo, ma la parola ha una schiettezza altra, che a farla uscire dalla matita mi è costato all’inizio una dose maggiore di coraggio. Poi mi ci sono adagiata, e tutto è nato da sé.

Per questo tuo libro hai scelto la figura mitologica di Icaro, simbolo della hýbris umana, della sete di conoscenza dell’uomo che spesso lo porta a superare i suoi limiti. Un desiderio che però è destinato al fallimento. Come mai questa scelta?

Quel che più mi attira di Icaro, più della storia mitologica come la conosciamo, è l’istante della caduta. Sono da sempre attratta da questa visione: l’immagine del corpo capovolto per un istante, sospeso a mezz’aria, prossimo allo schianto. Il suo potere evocativo, la sua densità.

È la caduta la vera protagonista del libro, intesa in termini di traiettoria, di Inizio e Fine, di Tempo. È come una presa di coscienza, uno schiaffo in faccia.

Come a dire che siamo essere mortali, che subiamo e soffriamo per lo scorrere del Tempo e che questa è la nostra natura.

Nasciamo, abbiamo un’ascesa e, ad un certo punto della vita, toccato un apice, cominceremo a scendere.

Attenzione però, non c’è da disperarsene. È un destino comune a tutti. Eccezion fatta per alcuni supereroi.

Il libro si apre con una dichiarazione di non-conoscenza: “Io non so cos’è la morte”. Quali sono le altre cose sconosciute che si scoprono durante questa caduta?

Io non so cos’è la morte è un modo come un altro per prendere ad indagare la vita.

Se vuoi sopportare la vita, disponiti ad accettare la morte. Ho scritto questa frase su un foglietto tanti anni fa, una citazione di Sigmund Freud, e non l’ho mai buttato. Anzi: ho traslocato in cinque diverse case da quando vivo a Bologna e ancora oggi quel foglietto è appeso al muro, davanti alla sedia accanto alla mia scrivania.

Più ci rifletto, e più mi accorgo che Icaro deve cadere è una summa di tutto quello che ho sempre cercato di esprimere attraverso le mie opere: questo sentimento del tempo che scorre, inesorabile, mentre noi tentiamo di vivere la nostra vita, ognuno a modo suo, come può. E in una vita, ce ne sono tante di cose sconosciute che si scoprono…

(Sorride) La caduta è dunque un processo necessario per la conoscenza…

Più che necessario, direi imprescindibile. Uguale per tutti. Non bisogna temerla, ma accompagnarla. Per questo sono molte le salite e le discese tra le pagine del libro, tanto che alle volte ci si trova addirittura sospesi. Se la caduta è parte integrante del nostro essere vivi, tanto vale provare ad imparare a volare.

Alcuni dei punti cardine attorno cui si snoda la “caduta” sono la conoscenza, l’amore e la morte… Quali sono i legami tra questi elementi?

Ho immaginato di raccogliere istantanee del flusso di pensiero di qualcuno in caduta libera. Un po’ come quando si dice che nell’istante prima di morire, ci passa tutta la vita davanti. Ecco, i temi principali sono dunque un insieme di una possibile esperienza del mondo. Icaro che cade a volte è Icaro, altre volte sono io. Uomo o donna, non ha importanza. Ho inserito nel racconto brani alle volte più “pesanti”, altre più leggeri, proprio perché di questo è fatta la vita: momenti di consapevolezza e riflessione, istanti carichi di potenza, in cui sentiamo di poter spaccare il mondo. Di istanti di beata stasi e di altri di desiderio folle, di paura, di disillusione.

“Sono passato attraverso la folla

insieme alla folla che passa.” (N. Hikmet)

Le immagini che compongono IDC utilizzano principalmente un tratto marcato, nero; il colore è utilizzato per illuminare e sottolineare alcuni dettagli. Come hai elaborato questa scelta stilistica in relazione a questo progetto?

Il segno è il mio, lo stesso sul quale lavoro da anni. C’è stata una fase di sperimentazione nella quale ho ridefinito questo tratto, testando carte, matite più o meno acquerellabili, diluenti, pigmenti pressati… Alcune delle primissime tavole sono ad oggi inserite qui e là nel libro, pur essendo lontane come impronta a quelle realizzate più recentemente.

La costante, il legante tra quel che ho composto per IDC e la mia produzione precedente, è il metodo di lavoro, che è lo stesso che utilizzo in pittura, cioè “partire dalla macchia”. La macchia mi permette di essere il più possibile spontanea, libera in un certo senso, più sensibile all’ascolto di me stessa. È una sorta di autoanalisi quella che pratico, insomma…

(Ride)

Osservo la macchia e la assecondo, aspetto di capire dove mi porta. Ricerco la figura finché non la vedo apparire chiara sotto ai miei occhi, ed allora la sottolineo, lascio che emerga dal foglio. Il colore ha effettivamente la funzione che hai individuato, quella di sottolineare alcuni parti di un disegno. È l’accento su un’idea.

La figura umana è protagonista assoluta, sia di questo volume che della tua poetica pittorica – la sua rappresentazione è però limitata ai tratti più espressivi…

Sì, volendo raccontare il sentire, tutta la storia ruota attorno all’uomo ed e lì che la figura diventa simbolo. Quando mi sono avvicinata all’arte, ero molto autoreferenziale – tanto che la quasi totalità dei miei lavori erano di stampo autobiografico. Ad un certo punto ho capito che c’era bisogno di un’apertura, e che a parlare esclusivamente di sé, si rischiava di diventar quasi noiosi… Mi sono guardata attorno, e c’era la moltitudine, mille lingue, mille amori, mille espressioni. Ma esistono anche dei cardini, dei punti fissi propri ad ogni essere umano. Perché esistano delle variabili devono esserci delle costanti. E sono quelle che oggi provo ad indagare…

L’idea di un volume unico, un libro d’artista ha influenzato il tuo lavoro e la sua realizzazione? Come?

La proposta per il libro è arrivata in un momento perfetto, nel quale ero più dedita al lavoro su carta che a quello su tela. Avevo chiuso da un po’ la mia prima mostra personale (ROOTS da Adiacenze a Bologna nel 2012) e sentivo la necessità di rinnovarmi. Quando si sviluppa un progetto, e si mette l’anima in quello che si fa, si compie un ciclo che va pian piano sino al suo esaurimento… Per non ripetere mille volte se stessi, c’è bisogno di uno sforzo e di volontà. Si abbandona qualcosa di certo e che funziona, per andare incontro a nuove incognite, ma è una “fatica” necessaria per non diventare ovvi. Seguendo questa necessità, avevo già iniziato a sperimentare le piccole dimensioni – ed è allora che sono arrivati Silvana e Andrea. Il destino!

Lavoravo alle carte senza un progetto preciso, e l’incontro con GRRRZ ha significato per la mia produzione una svolta decisiva. Finalmente avevo un obiettivo, ed aveva forma di libro.

Quindi un passaggio dalla tela alla carta con la “giusta motivazione”…

Sì, durante il 2013 e il 2014 mi sono ritrovata a preferire la carta, con i suoi annessi e connessi, alla tela. Ho ideato così, assieme ad Adiacenze – mia galleria di riferimento e spazio espositivo per la giovane creatività di Bologna – opere ambientali site specific in diverse occasioni, fino ad arrivare a fare di questo materiale una cifra stilistica che mi contraddistingue. Icaro deve cadere, in uscita il 21 novembre 2014, verrà – tra l’altro – per la prima volta presentato in questa galleria bolognese.

Trovo l’accoppiata GRRRZ + Adiacenze un connubio perfetto: sono due giovani realtà di punta in Italia, che per quanto differenti (la prima lavora nel campo dell’editoria, la seconda in quello dell’arte contemporanea), hanno molti punti in comune, a mio parere fondamentali in materia di ricerca e innovazione. Entrambe si dedicano agli esordienti, facendosi carico delle scommesse più bizzarre, e lo fanno con il massimo della professionalità. Inoltre, cosa rara oggi in Italia, lasciano agli artisti libertà incondizionata sui progetti intrapresi, arrivando a creare, in sinergia con loro, prodotti di altissima qualità. Rischiano, sanno osare e fanno il loro lavoro con cura e dedizione singolare.

Quali sono le suggestioni che ti auguri giungano al lettore attraverso “Icaro deve cadere”? 

Mi auguro di essere riuscita a comporre un libro che lasci un segno.

Non è lieve, ma spero venga interpretato con la giusta dose di ironia, proprio come si dovrebbe prendere la vita.

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